venerdì 24 maggio 2013

L'indifferenza è cugina dell'incoscenza.

Prima che arrivi abbattendosi sulla terraferma, l'acqua del mare dal limite della battigia, si ritira notevolmente lasciandola scoperta per decine di metri, come se il mare avesse tirato le coperte all'improvviso lasciando scoperto il bagnasciuga. Si intravede il fondo, per parecchi metri dove prima c'era l'acqua e con esso sono visibili centinaia di gusci di vari frutti di mare: conchiglie vuote, detriti, sabbia grossolana, pezzi di materiale indefinito tra rami e sassi. Una visione insolita che lascia attoniti. Si percepisce una strana atmosfera, un silenzio innaturale. Il frastuono di fondo, il vento, gli uccelli, svaniscono. Una quiete silenziosa simile ad un respiro trattenuto e prolungato. All'improvviso si intravede una non chiara definizione dell'orizzonte ed uno strano movimento. Non si capisce bene cosa stia accadendo li di fronte a noi, silenziosamente sulla linea orizzontale del nostro campo visivo. E' un maremoto, uno tzunami che avanza travolgendo ogni cosa che incrocia la sua traiettoria. Sembra che volino barche, boe, onde, gabbiani e schiuma. Avanza inesorabilmente per infrangersi spaventosamente verso la sua meta:  la spiaggia allungata, la terra ferma dove io sosto e passeggio. Vorrei urlare qualcosa ma non emetto nessun suono. Mi sforzo mi brucia la gola ma non succede nulla. Sono paralizzato dal terrore, immobile, rigido, completamente percorso da brividi a pelle d'oca. Arriva così vicino fino a non farmi più percepire l'orizzonte ma un muro d'acqua torbida e scura, alta almeno una decina di, metri. Non vedo più il sole, é calata la luce.
Poi all'improvviso me la sento addosso, gelida, melmosa, turbinosa, pungente, con un orrendo odore di muffa e fanghiglia. Sprofondo travolto dalla massa fangosa nel turbinio dei furiosi flutti e perdo il senso dell'orientamento, ne sono travolto. Mi sveglio di soprassalto come se non respirassi da almeno un paio di minuti in apnea, fino all'asfissia. Il cuore mi batte all'impazzata, i muscoli sono dolenti, rigidi, come se avessi avuto dei crampi.
Rivivo spesso quest'incubo di notte da un paio d'anni. Un sogno minaccioso e tremendo. Una arcaica e paralizzante paura. Penso alla crisi economica, al futuro dell'Italia, di me e della mia famiglia, dei miei cari, dei miei amici e conoscenti. Mi assale una malinconia deprimente quando trovo e associo delle similitudini, una consonanza, un'analogia tra il mio incubo e una premonizione di quello che potrebbe capitare a questo paese tra qualche anno. E penso che magari tra qualche tempo non esista più l'Italia ingoiata tra una cieca irrazionalità auto distruttrice e una devastante indifferenza di chi non si sente toccato da una simile sciagura perché economicamente autonomo. Mi auguro sinceramente che tutto ciò non possa mai accadere. Anche se l'incuranza, l'indolenza, il cieco e strafottente individualismo dei molti, l'incoscienza e l'irresponsabilità collettiva é simile alla tranquillità dei bagnanti che nel mio sogno ignari continuano a sostare sulla spiaggia, a giocare con le racchette, i ragazzi che si rincorrono sul bagnasciuga, le solite lucertole oleate immobili ad abbronzarsi, i tanti seduti sulla sabbia a chiacchierare e a prendere il sole, i nonni con i nipotini sotto gli ombrelloni, le signore ben curate e massaggiate sui lettini a completare un cruciverba mentre la fine avanza inesorabilmente, silenziosa, nel frastuono quotidiano degli astanti.

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